Canada: il massacro, l’inutilità del gun ban e una narrazione orwelliana

Il massacro causato nella cittadina canadese di Tumbler ridge da un transgender 18enne evidenzia l’inutilità del famoso bando delle armi “d’assalto” legalmente detenute fortemente voluto dal primo ministro Trudeau nel 2020

Ci sono voluti svariati giorni perché cominciassero a filtrare informazioni attendibili circa la dinamica del massacro perpetrato nella cittadina canadese di Tumbler ridge da parte di Jesse Van Rootselaar, un transgender 18enne che ha poi concluso la mattanza rivolgendo l’arma contro sé stesso. E i contorni in effetti presentano a tutt’oggi lati ancora oscuri. Tuttavia è già possibile fare una analisi di quanto accaduto.

Jesse Van Rootselaar ha innanzi tutto, secondo la ricostruzione degli inquirenti, ucciso a colpi d’arma da fuoco la propria madre e il fratellastro di soli 11 anni, poi ha rivolto le proprie attenzioni verso il vicino istituto scolastico, dal quale peraltro pare che fosse stato espulso 4 anni prima, uccidendo altre 6 persone e ferendone 27 alcune delle quali in modo grave, per poi, infine, rivolgere l’arma su di sé.

Il bilancio complessivo rende questo massacro il più letale dopo quello avvenuto in Nuova Scozia nel 2020, che ha determinato la messa al bando delle armi cosiddette “d’assalto” legalmente detenute da parte del primo ministro Justin Trudeau. Per quanto riguarda invece gli eventi simili verificatisi all’interno di complessi scolastici, il precedente al quale si fa riferimento è il massacro avvenuto nell’Ecole Polytecnique del 1989. Dopo ciascuno dei due mass shooting citati, la normativa sul possesso di armi in Canada è stata inasprita e, per quanto riguarda il massacro del 2020, l’aspetto più paradossale è che si è avviata una massiccia e costosa operazione di messa al bando e di riacquisto da parte dello Stato di 1.500 modelli di armi considerati “d’assalto”, malgrado l’omicida avesse contrabbandato illegalmente le armi attraverso la frontiera statunitense. Curioso, ma forse anche no, che invece dopo questo massacro dalla politica nazionale non sia venuto il benché minimo accenno alla necessità di inasprire la normativa o, quantomeno, di “accelerare” sulla confisca dietro indennizzo delle pericolosissime “armi d’assalto” in mano ai legali detentori. Come mai?

Forse può fungere da risposta, parziale, il fatto che la madre di Van Rootselaar aveva una licenza per armi da fuoco ma non risulta che fosse intestataria di alcuna arma. Lo stesso autore della strage aveva richiesto e ottenuto un permesso per minorenni, che gli avrebbe consentito di prendere in prestito un’arma di categoria non soggetta a specifiche restrizioni per impiego venatorio o sportivo, ma la licenza era scaduta nel 2024. Inoltre, negli ultimi mesi aveva dato adito a diverse crisi per problemi mentali (probabilmente acuiti dal consumo di stupefacenti), che avevano richiesto sia l’intervento a domicilio da parte della polizia, sia il ricovero temporaneo ai sensi del Mental health act. Questi interventi avevano determinato il sequestro delle armi detenute dalla madre, che ne aveva ottenuto successivamente la restituzione ma che non risulta ne fosse detentrice al momento dei fatti.

Per quanto riguarda la “natura” delle armi, a fronte del fatto che Van Rootselaar non avrebbe potuto possederne legalmente e che sua madre non ne aveva al momento della pianificazione della strage, risulta che l’omicida avesse disponibilità di ben quattro diverse armi da fuoco, due rinvenute a casa e due nella scuola. Queste ultime, definite genericamente “un’arma lunga e un fucile modificato” (inizialmente definita “pistola modificata”), non risultano essere mai state censite dalla Royal canadian mounted police ed è quindi verosimile (ancorché ancora da accertare) che possano essere state ottenute sul mercato illegale che contrabbanda armi dalla frontiera statunitense, come già avvenuto per il massacro in Nuova Scozia del 2020.

A fronte di questi fatti, e a fronte del cordoglio espresso dalla politica nazionale e locale nei confronti delle vittime, nessuno ha a oggi effettuato alcun tipo di valutazione circa l’efficacia (meglio, inutilità) del programma di Buyback avviato dal governo Trudeau il 1° maggio 2020 e ancor oggi ben lungi dall’essere stato avviato (la data attualmente prevista per l’inizio delle operazioni è ottobre 2026). Ovvio, perché sarebbe stato necessario ammettere di aver trascorso sei anni a ingannare i cittadini (tutti, non solo i legali detentori di armi) circa il fatto che questa misura, seppur costosissima e logisticamente complessa, avrebbe assicurato quella sicurezza collettiva che era stata messa in discussione dopo il massacro della Nuova Scozia. L’attuale eccidio ha evidenziato che così non è, ma la narrazione da parte dell’autorità pubblica non può essere più messa in discussione. Così, ben lungi la politica dal fare autocritica, anche le forze di polizia si sono concentrate sull’attenzione ai corretti pronomi da utilizzare nel commentare la persona transgender autrice del massacro e hanno fatto pubblica esibizione dell’assoluta mancanza di senso del ridicolo, nel sottolineare come l’intervento delle forze dell’ordine fosse stato “assolutamente tempestivo” e “fondamentale per evitare un bilancio ancora più grave”. Come fosse possibile impedire l’aggravamento del bilancio se all’arrivo delle forze dell’ordine l’omicida si era già suicidato, non è dato sapere. Ma il manovratore non deve essere disturbato…