L’orso d’Abruzzo riporta l’attenzione sui lacci

Conclusa positivamente la disavventura di un orso nel Parco d’Abruzzo, incappato in un laccio. Questa tecnica di bracconaggio, tuttavia, costituisce un flagello spesso sottovalutato riguardo a rischi e danni

Si è concluso con successo un lungo lavoro che vedeva un orso vagante con un laccio d’acciaio stretto intorno al collo che ormai lo soggiogava da mesi. L’animale, nella zona di Civitella Roveto (Aq), finalmente è entrato in una trappola a tubo e, dopo essere stato narcotizzato, è stato liberato dal personale del parco dello strumento nel quale era incappato da tempo. La zona in cui si è intervenuti è un corridoio che è posto tra il parco d’Abruzzo e quello dei Monti Simbruini. Anche un paio di anni fa, un altro orso aveva vagato libero in questi luoghi arrivando anche nella valle del fiume Aniene. Per cui ormai, specialmente se maschi, è facile che i plantigradi arrivino anche lontano dai confini delle zone loro proprie. Motivo per il quale nei corsi selecontrollori parliamo sempre, mettendo in guardia, della possibilità di incappare in orsi vaganti, per cui prestare sempre la massima attenzione nell’operare. L’orso col laccio è un grosso maschio adulto, stimato di 10-12 anni e dal peso di 193 kg. Data la stazza, ma soprattutto la diffidenza di un animale così d’esperienza, data l’età avanzata, aveva fino a quel momento eluso altri tentativi di cattura. Una volta era persino nella trappola, prendendo il cibo, e riuscendo a uscirne indenne senza farla scattare. Sicuramente la grossa taglia dell’animale gli ha permesso di strappare l’ancoraggio del laccio: se fosse stato un giovane di 50-60 kg, o un cucciolo, non ce l’avrebbe fatta. Anche perché vengono utilizzati cavi d’acciaio intrecciati, tipo cavi di frizione e freni delle moto. Di sicuro il laccio è stato messo in funzione per animali più piccoli, come cinghiali giovani, caprioli o piccoli di cervo. Sembrerà assurdo ma i nostri territori ne sono infestati. Noi stessi molte volte abbiamo avuto i nostri cani presi al laccio durante le nostra attività outdoor, una pointer addirittura presa completamente all’altezza della vita e un nostro kurzhaar preso addirittura due volte, la prima a una zampa anteriore e la seconda, tempo dopo, a una posteriore, rovinando poi in un fosso e rimanendo appeso. Il cane ha trascinato nella sua caduta anche noi, con fucile e tutto il resto, a faccia in giù e l’avventura sarebbe potuta finire malissimo. Chi attua questi metodi è doppiamente colpevole perché spesso fa incappare in queste trappole non solo animali selvatici, ma anche e soprattutto domestici, e persone. Nel nostro ultimo caso se vi fossimo rimasti intrappolati noi, saremmo rimasti appesi nel fosso a testa in giù con l’impossibilità di liberarci, tanta era stata perfetta la tecnica nel posizionarlo.

Torniamo a dire che i lacci sono ancora peggio dei bocconi avvelenati. Perché, se i secondi portano comunque a una morte atroce, ma relativamente rapida, i lacci al contrario condannano l’animale a una morte lenta, di sofferenze che durano giorni e persino settimane: per infezioni o perché i lacci alla fine, se stringono il collo come l’orso in questione, soffocano lentamente durante la crescita dell’animale, fino alla morte. Stupisce che ancora oggi sopravviva una tecnica di approvvigionamento della carne che risale concettualmente ai tempi andati. Oggi, che la fame è soltanto un debole ricordo, è ignobile arrivare a tanto solo per prendere qualcosa alla natura a questo tragico prezzo. Questo è un obiettivo che la sorveglianza, soprattutto venatoria dovrebbe indagare e sorvegliare meglio. Chi mette i lacci generalmente non è mai molto lontano, come abitazione, per motivi pratici di recupero degli animali presi. Quindi, specialmente con l’ausilio degli strumenti termici, oggi sarebbe molto più facile isolarli e assicurarli alla legge. Legge che dovrebbe essere inflessibile su questi eventuali colpevoli. Che, come già raccontato, mettono in pericolo diretto anche gli umani. Oltre ad animali di affezione.