Il coltello imperversa

L'ultimo episodio di accoltellamento "casuale" in centro a Milano ripropone criticità evidenti sia nel sistema di prevenzione di questo tipo di atti, sia del contenimento dei suoi autori, dal punto di vista carcerario e/o psichiatrico-sanitario. Quali soluzioni adottare?

Che si tratti di persone affette da squilibri psichici, che si tratti di attacchi deliberati dalle tipiche finalità e modalità terroristiche o che si tratti, infine, di entrambe le cose combinate tra loro il risultato non cambia: le nostre città e in modo particolare le grandi città metropolitane ci impongono oggi di mappare il rischio di essere aggrediti ogni qualvolta usciamo dalla porta di casa.

Aggressioni fisiche di varia natura: violenze esercitate a scopo di rapina, violenze sessuali, violenze fini a sé stesse. E anche attacchi con il coltello, ormai presenti in ogni notiziario quotidiano/bollettino di guerra.

È lontana da chi scrive l’idea di divulgare paura insensata, l’ultima delle emozioni che vale la pena di attivare in questa epoca storica. Se, però, da un lato è indispensabile infondere coraggio e non divulgare paura, dall’altro lato è altrettanto necessario mantenere una visione lucida di quanto sta accadendo, per poi adottare ogni necessario adeguamento nei nostri comportamenti.

Si chiama consapevolezza, che apre la strada all’adattamento, che a sua volta rappresenta l’unica via di sopravvivenza. È fuori dubbio, infatti, che oggi le nostre città ci impongono una costante vigilanza e attenzione alla nostra sicurezza personale.

Saidilly e l’aggressione “da dove meno se lo aspettano”
L’ultimo episodio, accaduto sabato 27 giugno in piena Milano, zona San Siro, è esemplare in questo senso.

Il gambiano Lamin Saidilly è stato, infatti, autore di una azione da manuale: è sopraggiunto alle spalle di un ignaro cittadino che si stava intrattenendo in una conversazione all’esterno di un bar, gli si è avvicinato con indifferenza dopodiché ha estratto un coltello e ha cominciato a colpirlo con una serie di oltre 20 coltellate.

Da dove gli si è avvicinato? Secondo precise indicazioni della Sura 59 del Corano, “li raggiunse da dove non se lo aspettavano e gettò il terrore nei loro cuori”.

Ma in quale manuale si trovano questo genere di strumentalizzazione di testi religiosi e precise istruzioni su come agire? In tutto il materiale divulgativo diffuso negli ultimi decenni da Isis, per esempio.

Andiamo informando da anni, infatti, circa una ricca attività di proselitismo che in modo particolare Isis porta avanti, pubblicando video e riviste sapientemente confezionate sotto il punto di vista grafico e della comunicazione, oltre che ricche di contenuti.

In modo particolare, il numero 2 della rivista allora chiamata Rumiyah dedicava l’inserto “Just terror tactics” alle aggressioni con il coltello e lo faceva incitando a colpire nelle città occidentali con questa (e altre) modalità. Il numero 3, per esempio, forniva le stesse indicazioni relativamente al vehicle ramming, l’investimento con veicoli, proprio come a Modena poco tempo fa. Le istruzioni indicano quali siano gli scenari migliori e dunque i bersagli migliori da selezionare (ci torneremo in seguito), quali siano i criteri di scelta di un coltello adatto all’azione, precisandone le caratteristiche, divulgando tecniche e modalità pratiche di utilizzo del coltello per ottenere un numero di uccisioni maggiore possibile.

Non a caso, dopo il primo debole tentativo di sostenere problemi psichiatrici anche per l’attentatore di Milano, è stato inevitabile venire a sapere di precedenti specifici da parte di Saidilly (aveva già aggredito con lame durante una detenzione in Inghilterra) e soprattutto di forti indicatori di radicalizzazione jihadista tra i quali, oltre a sue dichiarazioni specifiche, immagini che lo ritraggono in una delle tipiche pose, inginocchiato a fianco di un fucile d’assalto.

Dunque, ai nostri occhi, si tratta della più tipica azione terroristica sul suolo occidentale degli ultimi vent’anni, che sono stati costellati di azioni davvero “molecolari” attraverso le quali un solo o pochissimi assalitori, poco o per nulla addestrati, con materiale dal costo praticamente nullo, attingendo un numero esiguo di vittime o feriti riescono, però, a impressionare tutto un sistema di vita. Dunque, cosa è oggi terrorismo?

Cos’è il terrorismo?
L’azione terroristica cambia pelle, cambia forma e si adatta alle necessità del luogo e del momento. Le istituzioni a lungo hanno atteso, ad esempio, rivendicazioni dei singoli attacchi da parte di organizzazioni strutturate per poterle qualificare azioni terroristiche, sostenendo che, in caso contrario e dunque se nessuna organizzazione ne avesse tratto un beneficio reputazionale, non si sarebbe potuto trattare di terrorismo. Ovviamente così non è. Occorre mantenere la barra dritta al centro e ricordare le parole di von Clausewitz, allorché rifletteva su come il terrorismo non è un fine ma un mezzo. Proprio come gli strumenti impiegati e persino chi si presta ad attentare.

Il fine, ovviamente, è il soverchiamente di un ordine costituito (e in sostanza di un modo di vivere) e tutto quanto può concorrere a quella finalità rappresenta un passo in avanti per la causa, con o senza beneficio reputazionale. A nulla vale, quindi, qualsiasi azione di minimizzazione della portata di questi episodi.

Il problema… dei problemi psichici
Anche in questo caso, come nella totalità dei precedenti, si è provata subito la strada dei problemi psichici che avrebbero indotto l’assalitore a questo gesto folle. In questo caso, però, il timido tentativo è sorto, in maniera veramente sospetta, solamente in un secondo momento, verosimilmente dopo che l’assalitore si è consultato con un legale, perché lo stesso gambiano proprio durante l’arresto aveva detto, invece, che si era divertito e avrebbe ripetuto il suo gesto non appena uscito dal carcere…

Al di là del momento storico e delle dinamiche che in questo Paese hanno raggiunto i limiti del grottesco, il problema di per sé non è di poco conto. Sono davvero incompatibili segnali di problemi psichici con una radicalizzazione e un movente di natura terroristica?

Certamente no. Non è vero che ogni combattente del jihad presenti problemi psichici, ma è senz’altro certo che l’onda lunga della radicalizzazione raggiunge anche soggetti che vivono in condizioni psicosociali davvero al limite e che possono avere una certa facilità nel passare dal pensiero all’azione, specialmente radicalizzandosi via web, oltre che nella divulgazione personale in qualsiasi ambito, special modo in carcere.

Il pianeta in-giustizia
Questo è l’ambito nel quale il pianeta jihad dà quotidiana prova di aver studiato a lungo e compreso davvero a fondo le dinamiche della nostra società e le sue criticità, delle quali ha imparato ad approfittare appieno.

Già la frase pronunciata all’atto dell’arresto, allorché ha affermato di volerlo ripetere dopo la sua scarcerazione, porta in sé intrinsecamente la certezza di poter evitare o comunque limitare enormemente la sua permanenza in carcere. Il nostro sistema fa acqua da tutte le parti e loro lo sanno bene. Partendo dall’inizio, abbiamo una porzione dell’avvocatura che si presta a dilatare all’infinito il presunto diritto di difesa fino a prestare la propria attività intellettuale nella ricerca di escamotage attraverso i quali un assassino può sfuggire alle sue responsabilità. Del resto, se non fosse grazie all’attività professionale di alcune specifiche categorie, tra le quali senz’altro avvocati, commercialisti e notai, nemmeno la criminalità organizzata avrebbe mai avuto modo di penetrare, per esempio, il sistema economico-finanziario; abbiamo una fetta della magistratura irrimediabilmente politicizzata, che traduce in provvedimento giudiziario vere e proprie linee guida di conduzione del Paese e di orientamento del sentire comune, funzioni che spetterebbero a tutt’altra tipologia di organo. Oltre alla insoddisfazione e al definitivo scollamento della popolazione dalle istituzioni, le abnormi decisioni che quotidianamente ci vengono riferite dai notiziari hanno anche l’effetto di tranquillizzare chi agisce nell’illecito, proprio contando su una inesistenza del sistema repressivo, a cui fa da contraltare lo spauracchio di presunte responsabilità con il quale gli operatori di polizia devono fare i conti quotidianamente; abbiamo un sistema penale ormai del tutto incoerente, a furia di introdurre e abrogare qua e là, a macchia di leopardo, previsioni normative. E il problema relativo a come proteggere la società da persone che sono affette da problemi psichici che li rendono violenti la fa da padrone. Senz’altro chi soffre di disturbi psichici non potrà subire una detenzione pura così come, d’altro canto, non sarebbe più accettabile veder risorgere gli ospedali psichiatrici giudiziari alla vecchia maniera. Il problema attuale, però, è che ogni squilibrato potenzialmente pericoloso è in definitiva libero di circolare e agire; abbiamo, infine, un sistema penitenziario al collasso, tanto da far sorgere legittimamente il dubbio che la spasmodica ricerca di forme di pena alternative alla detenzione abbiamo motivazioni ben lontane da quelle puramente umanitarie tanto sbandierate e sia, invece, più prossimo alla concreta impossibilità del sistema carcerario di ospitare tutti quelli che, invece, in qualche modo dovrebbero essere isolati dalla società per impedire loro di rappresentare una minaccia per i cittadini.

Le contromisure per il cittadino
Cosa può fare il cittadino? Le misure di mitigazione di un rischio, come sempre, devono essere il frutto di un’analisi dello stesso, in termini di probabilità e danno.

Consideriamo i seguenti dati: in caso di attacchi così capillari non è possibile riporre aspettative di intervento tempestivo da parte delle forze di polizia, che hanno i loro tempi di attivazione e intervento; non per nulla, infatti, in questo genere di eventi la gravità delle conseguenze è costantemente limitata dall’immediato intervento di qualcuno tra i presenti, unici soggetti in grado di intervenire davvero nelle immediatezze. La circostanza ripropone l’importanza di quelli che, di fatto, sono first responder non istituzionali; per questa via, appare intuitivo come il primo vero responder in grado di minimizzare i danni sia la vittima stessa; al contempo, la vittima è anche l’unico soggetto che possa efficacemente considerare e mettere in atto contromisure preventive, come tali che abbiano l’obiettivo non tanto di contenere i danni, ma di ridurre la probabilità di essere vittimizzati. Come?

Il piano di prevenzione personale
Tutto il tema si può riassumere in una sola definizione: situational awareness, vale a dire la capacità di mantenere un’elevata percezione dell’ambiente che ci circonda e di leggerne i segnali. Si è appreso come chi attacca cerchi di sfruttare il fattore sorpresa e massimizzare l’efficacia della sua azione nei primissimi momenti. Questa esigenza consiglia di attaccare alle spalle. Non resta, dunque, che mantenere una maggior consapevolezza possibile di cosa accade intorno a noi, compreso alle nostre spalle. Come? Mantenendo quando possibile le “spalle coperte”. È il caso, per esempio, dei luoghi ad alta frequentazione come le stazioni di treni e metropolitane, nelle quali è buona cosa attendere il proprio treno senza che nessuno possa spingerci da dietro. E poi voltandosi frequentemente durante i propri trasferimenti a piedi. Difficile? Niente affatto se si parte predisposti mentalmente a ciò.

Amara resa di fronte alla pericolosità di città-giungla? Per nulla, ricordandoci che manterremmo lo stesso atteggiamento in qualsiasi ambiente, naturale o meno, dal quale ci aspetteremmo la possibilità di veder comparire un predatore. A patto, però, di non vivere nella paura, altrimenti tanto varrebbe davvero alzare bandiera bianca. Il livello dell’acqua si sta semplicemente alzando. Occorre solo ricordarsi che è opportuno imparare a nuotare.