Tempi difficili quelli che stiamo attraversando. Tempi divisivi, nei quali ogni evento, dal più drammatico al più estatico, sono occasione per riprendere strumentali battaglie ideologiche che, in fondo e a ben pensarci, non portano alcun vantaggio alle pedine che si schierano dall’una all’altra parte, continuando invece solo a soffiare sulle vele di chi trae enormi benefici proprio dalla logica a partiti contrapposti in cui tutti quanti noi, proprio come un gregge di pecore, continuiamo a farci trascinare più o meno inconsapevolmente. In questo panorama votato al dividi et impera non è un mistero, poi, che vi siano corpose correnti, che una volta avremmo definito politiche ma che ora abbiamo capito essere solo il braccio politico di granitiche potenze economico-finanziarie, le quali non perdono occasione per colpevolizzare le forze dell’ordine in ogni occasione in cui un loro intervento, purtroppo, abbia a che fare con un esito drammatico. È stata la volta degli inseguimenti (cosiddetto “caso Ramy”), occasione in cui anziché analizzare oggettivamente un fatto storico e provare a trarne lezioni appese, non si è fatto altro che demonizzare aprioristicamente il fatto in sé che una pattuglia possa inseguire un malfattore solo perché questo, una volta inseguito, può perdere il controllo del mezzo e riportarne conseguenze dannose.
Lo Stato attacca lo Stato?
È stata a più riprese, poi, la volta delle tecniche di contenimento di soggetti non collaborativi o addirittura ostili, ulteriore occasione in cui si è pretestuosamente attaccata alla radice la stessa eventualità che le forze di polizia possano trovarsi nella necessità di contenere qualcuno e dunque limitarne temporaneamente la libertà personale, in barba a quanto previsto, invece, a partire dall’articolo 13 della Costituzione fino all’articolo 53 del codice penale.
Esiste tutto un impianto normativo che prevede tale facoltà e non tanto per un esercizio di potere fine a sé stesso, ma per garantire la pace sociale che quel soggetto bisognoso di contenimento stava minacciando o addirittura compromettendo.
Sia ben chiaro: chiunque approfitti di un uniforme, di uno status o di un ruolo per eccedere nell’uso della forza o addirittura esercitare violenza nei confronti di un cittadino va individuato e punito senza se e senza ma. Ciò che ci interessa sottolineare, però, è la pretestuosa avversione per le forze di polizia e in definitiva per lo Stato che rappresentano, che viene sfogata con estrema violenza in ogni occasione in cui, come si diceva, ci siano conseguenze negative discendenti da un intervento di polizia. Ad aggravare la situazione vi è il fatto, poi, che ogni forma di contestazione è tutto tranne che espressione spontanea popolare e tutto tranne che lo specchio del sentire comune della maggioranza della popolazione. Esiste un problema di primo livello, documentato da casi in cui, come nel recente episodio di Bologna, l’incitamento alla rivolta e sommossa venga esercitato spudoratamente da soggetti i quali, al contrario, dovrebbero rappresentare le istituzioni e che, invece, agli occhi del cittadino risultano averle esclusivamente infiltrate. Esiste, poi, un problema di secondo livello, che consiste nell’uso mediatico di un dissenso finto e creato ad arte alla ricerca di allargamento del consenso e dell’adesione alla propria visione folle ed antidemocratica.
Europa e tecniche operative
Le stesse correnti di pseudo-pensiero di natura pseudo-politica, inoltre, sono ampiamente rappresentate nei nuovi centri di potere europei, i quali altro non stanno facendo se non soffocare tacitamente le autonomie nazionali, con la collaborazione degli esponenti interni di cui si è detto sopra. Abbiamo già avuto modo di commentare, infatti, come una recente sentenza della Cedu (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) abbia condannato l’Italia sostenendo inadeguati i protocolli operativi, in quel caso dell’Arma dei carabinieri, proprio per il caso di un decesso avvenuto in occasione di un contenimento, in relazione al quale peraltro gli operanti erano stati pienamente assolti in sede penale dal giudice nazionale. È doveroso, dunque e come di consueto, valutare oggettivamente: l’esistenza di un bisogno di contenimento; la proporzionalità tra bisogno operativo ed uso della forza; la correttezza delle gestualità impiegate sotto un punto di vista squisitamente tecnico.
Ebbene, le condizioni di salute pregresse del soggetto che costringe le forze di polizia a intervenire e che con il suo comportamento non collaborativo o addirittura ostile le costringe a un contenimento fisico non sono dato conosciuto né conoscibile da parte degli operanti.
Vincere la resistenza fisica di un soggetto ostile alterato, per esempio, dall’assunzione di sostanze stupefacenti è operazione estremamente ardua, soprattutto se non si accetta un’iniziale inoculazione di dolore. Solo per fare un esempio, qualsiasi tecnica di percussione in grado di inoculare dolore agevolerebbe qualsiasi successiva manipolazione, che presenterebbe quindi rischi decisamente minori per tutti. Pretendere, al contrario, una immobilizzazione esclusivamente tramite gestualità di manipolazione è già di per sé attività tecnicamente sfidante.
Ancora di più se vi è una resistenza o addirittura un’offensività del soggetto. Soprattutto tenendo a mente che un operatore di polizia deve costantemente tenere mappata nella sua mente l’ipotesi di veder comparire un’arma o uno strumento in grado di offendere, come accadde brutalmente sui binari della stazione ferroviaria di Milano-Rogoredo allorché un capo-pattuglia della Polizia di Stato si scontrò con uno scenario impari nel quale lui tentava una immobilizzazione senza percuotere e il malvivente senza fissa dimora del caso aveva un compito molto più semplice: frugare nei suoi indumenti, estrarre una lunga lama e affondare un numero imprecisato di volte. Ancora di più se non si può contare sul vantaggio numerico e lo scenario coinvolge direttamente solo un operatore, senza ausilio diretto di colleghi che siano coordinati nelle manovre. Ancora di più se i soggetti da controllare, anche solo a livello visivo, sono numerosi.
Problemi psichici e cardiaci
Cosa accomuna problemi psichici e problemi cardiaci? L’uso di sostanze stupefacenti, cocaina in primis. Anche in questo ambito vale la pena di condividere qualche riflessione: la stragrande diffusione di sostanze stupefacenti presso giovani e meno giovani ha creato, negli ultimi decenni, un numero indefinito di soggetti con potenziali problemi di portata psichiatrica; avere problemi nella capacità di autodeterminarsi può eventualmente incontrare limiti nella imputabilità e punibilità del soggetto, ma di certo non nella sua pericolosità che, anzi, può aumentare esponenzialmente proprio per l’attenuazione della sua capacità di discernimento; la perdita di controllo sul proprio comportamento spesso si traduce in un decontestualizzato e inefficace sforzo fisico immane esercitato dal soggetto il quale, nonostante sia immobilizzato fisicamente dall’Autorità, continua a impiegare un’energia incredibile in improbabili ulteriori tentativi di resistenza, assolutamente inopportuni in uno scenario ormai statico e condotti solo poiché sotto effetto di sostanze psicotrope; la cocaina e un numero enorme di altre sostanze sono cardiotossiche, nel senso che logorano il muscolo cardiaco e ammalorano in generale l’apparato cardio-circolatorio.
Anche a carico degli alveoli polmonari, l’assunzione di stupefacenti può avere ripercussioni estremamente gravi.
Insomma, pur nel dramma nella perdita inutile ed evitabile di una vita umana, corriamo ormai il rischio di assistere a una resa anticipata degli operatori: fino a quando un esponente delle forze di polizia se la sentirà di intervenire a salvaguardia della collettività, dopo che certa pseudo-politica e pseudo-magistratura non attendono altro che di metterli alla berlina con pene esemplari solo per aver svolto il proprio dovere?
Speriamo che quel giorno non arrivi mai, perché il nostro Paese si fonda, tra l’altro, su un preciso e bilanciato sistema di ordine e sicurezza pubblica proprio per garantire la pace sociale e la pacifica convivenza nel caso in cui queste vengano minate dal comportamento di qualcuno. Il giorno in cui non avremo più l’effettività di un sistema che garantisca la sicurezza pubblica dovremo essere pronti per l’età della pietra: chi oggi conduce ideologiche battaglie contro lo Stato lo è?




