È di appena pochi giorni fa la notizia che, In base a quanto sta emergendo da approfondimenti investigativi, l’investimento di Modena del maggio di quest’anno potrebbe essere un gesto in odore di terrorismo…
Noi di Armi e Tiro, il giorno dopo l’evento, sostenevamo esattamente la stessa cosa. Senza bisogno di scandagliare i device e senza bisogno di alcuna attività investigativa.
Il modus operandi parlava già da sé, rispettando alla lettera le indicazioni che Daesh, ormai anni fa, aveva divulgato per promuovere la realizzazione di questo tipo di attacchi e per fornire ogni utile indicazione operativa.
Seguendo alla lettera le istruzioni operative divulgate dallo stato islamico, tra l’altro, nel n. 3 della rivista allora intitolata Rumiyah, l’attentatore ha messo in scena uno degli strumenti di terrore più semplici e per questo utilizzati da sempre in altre aree, negli ultimi anni caldeggiato anche per gli attacchi in occidente: il vehicle ramming, vale a dire l’investimento di pedoni con un veicolo.
Proprio in quella pubblicazione, infatti, venivano divulgate precise linee guida su come:
– scegliere il veicolo più adatto
– scegliere il target più pagante
– condurre l’azione per massimizzare il numero di vittime.
Tra l’altro, anche il finale dell’episodio di Modena riprende alla lettera le istruzioni operative, dato che l’attentatore, una volta schiantatosi con il veicolo, che dunque è diventato inservibile, ha provato una fuga a piedi tentando di aggravare ulteriormente il bilancio dei feriti accoltellando un passante.
Proprio all’attentato con l’uso di lame, tra l’altro, era dedicato il n. 2 della stessa rivista.
Oggi, quindi, l’incitamento e le istruzioni continuano a essere divulgati in circoli più o meno grandi, oltre che sempre reperibili sul web, a disposizione anche di chi, pur non avendo relazioni in mondi estremisti, può serenamente indottrinarsi a distanza.
Colpi di cacciavite a Reggio Emilia
Il 27 settembre a Reggio Emilia un marocchino di seconda generazione, tale Mena Istafanous, 26 anni, dopo aver indossato un cappuccio ha prima aggredito con un cacciavite una donna di 57 anni ferma in un’area di servizio, colpendola all’addome, poi è salito in macchina e ha investito le due persone che si sono fermate a prestare soccorso. Quindi è scappato ed è stato rintracciato dopo un’ora dalle forze dell’ordine che lo hanno arrestato.
Mentre a Modena l’assalitore ha optato per l’investimento e in seconda battuta ha cercato di massimizzare l’efficacia della sua azione utilizzando il coltello, a Reggio Emilia è stato fatto esattamente l’opposto, vale a dire che l’aggressione è cominciata con uno strumento da punta ed è stata amplificata dall’investimento con l’auto.
Coltellate “casuali” anche a Roma – Tor di Valle
Sempre pochi giorni fa, un nigeriano di 24 anni ha accoltellato una donna incrociata casualmente per strada, per poi provare a scagliarsi anche contro il compagno di lei e le altre persone presenti.
Quelli citati sono solamente gli ultimi di una lunga serie di aggressioni apparentemente casuali a cui ci stiamo, purtroppo, abituando sia in Italia e negli altri paesi europei, con frequenza ormai pressoché quotidiana.
Così come l’investimento con veicoli era stato magistralmente riassunto in istruzioni operative nel numero 3 di Rumiyah, allo stabbing, qui inteso in senso ampio di aggressione con strumento da punta o da taglio, era dedicato l’inserto just terror tactics del numero 2 della stessa rivista.
Anche in quell’occasione la funzione comunicazione di Daesh si preoccupò divulgare precise linee operative su come:
– scegliere il coltello più adatto
– scegliere il target più pagante
– utilizzare tecnicamente lo strumento da taglio nel modo più efficace possibile.
“Per una campagna duratura”: scordiamoci il terrorismo suicida
Uno degli aspetti più sconcertanti emersi subito nell’esame di quel materiale divulgativo, era stata la esplicita dichiarazione di voler agire in modo duraturo.
Diffondere terrore, infatti, è operazione ancora più efficace se la cittadinanza viene colpita in modo frequente, inaspettato, in luoghi e momenti della quotidianità: vi si trovavano, così, esempi di come poter trovare le vittime meno pronte alla reazione, come nel caso di chi fa ritorno da una discoteca; o ancora, il caso di una coppia che si appartasse in un luogo isolato, circostanza che renderebbe difficile l’intervento di terzi e faciliterebbe la fuga dell’assalitore; o ancora, luoghi di grande assembramento come le stazioni i mercati e così via, che offrono l’opportunità di massimizzare il numero di vittime.
Veniva consigliato, allora, di fuggire subito dopo l’attacco e di rendersi meno riconoscibili possibili, al fine di poterne condurre di nuovi nel futuro. Che fine ha fatto il presunto eroismo di un’azione suicida, con tanto di portato pseudo religioso? Come mai c’è tanta reticenza oggi nel riconoscere che si tratta di attacchi terroristici? È ancora più in profondità, che cos’è oggi il terrorismo e di conseguenza quali atti possono essere considerati tali?
Le minacce che popolano le nostre città
Scordiamoci gruppi organizzati che rivendicano ampi territori. Quelli sono considerabili alla stregua di qualsiasi gruppo organizzato voglia controllare un territorio e l’etichetta di terrorismo, in fondo, forse si addice loro solo fino a un certo punto.
Tanto che, a qualcuno tra questi, è stata ceduta a tutti gli effetti la sovranità su veri e propri Stati. E comunque, con gli altri Stati ci hanno sempre dialogato e negoziato.
Qui, invece, non vi sono rivendicazioni, non ci sono gesti tesi a forzare la mano a un sistema Paese per ottenere qualche cosa di concreto e immediato in cambio.
Ricordiamo allora le parole di Clausewitz, allorché ci insegnò che il terrorismo non è un fine, ma un mezzo e ci viene spontaneo chiederci quale sia il fine di questi gesti che ormai in modo puntiforme costellano le nostre città e la nostra quotidianità. E, soprattutto. Chi siano i soggetti che operano per raggiungere tali fini.
Il fine ultimo resterà senza dubbio quello di forzare un determinato sistema socioculturale a trasformare le proprie convinzioni. Ma proprio qui si nasconde la trappola! Chi vuole farci cambiare modo di vivere e a quale modello di civiltà ci sta spingendo, anche grazie a questi strumenti? Stando agli effetti immediati, verrebbe da dire senz’altro che si tratta di strumenti che spingono una civiltà a vivere nella paura.
Condizionare il comportamento umano
È chiaro che la mano che si arma e compie questi gesti va convinta e manipolata affinché maturi veramente la determinazione di agire. Ma come si fa a convincere un uomo a compiere atti di questo tipo? In molti modi.
- anzitutto divulgando le proprie idee con ogni mezzo e in ogni forma, cercando di raggiungere i quattro angoli del globo e promettendo, in qualche modo, che il proprio modello di vita sarebbe migliore e attivando, quindi, la risposta di tutti quei soggetti che abbiano più difficoltà nell’autodeterminarsi: ecco che un buon numero di player potrebbe anche presentare problemi di personalità o comunque di portata psichiatrica;
- contemporaneamente, sperando anche nella risposta di chi, pur privo di patologie evidenti e note, sia ideologicamente contrario al modello organizzativo della società occidentale o che, in ogni caso, ne sia rimasto deluso. È questo il caso, per esempio, della leva utilizzata nei confronti di tutti gli immigrati di seconda e terza generazione che tanto attivò le banlieue parigine qualche decennio fa. Si tratta, in questo caso, delle cosiddette cause del delinquere di natura sociologica, ben note in criminologia.
Può sembrare strano, però, che molti di questi soggetti, dopo essere stati catturati, mostrino smarrimento o quasi inconsapevolezza. Certo, si è detto di come possano essere psichicamente instabili. Ma si può essere così instabili da quasi non ricordare o comunque non comprendere il perché si è agito in un determinato modo?
In parallelo, si stanno registrando sempre più aggressioni, o quantomeno tentativi di aggressione, con strumenti da taglio da parte dei giovanissimi nelle scuole, in molti casi tutti italianissimi peraltro. E questo cosa c’entra con l’ideologia?
E ancora, come si spiega l’ondata di violenza estrema che gruppi di giovani si rivolgono l’un l’altro con aggressioni con coltelli, machete e accette solo nelle ultime settimane?
Insomma, se si parla di spinta a delinquere, se ne trovano le più diverse: siamo partiti da quella ideologica; si può comprendere anche la spinta di un gruppo criminale per un vantaggio sul controllo del territorio; ma tutta l’aggressività sfogata in modo che sembra gratuito? Siamo davvero certi che per condizionare il comportamento di un individuo sia necessario riuscire cambiare le sue convinzioni per indurlo ad agire secondo la nostra volontà, alla quale la sua si sarà adeguata e persuasa? E ancora, siamo sicuri che non sia possibile inviare ordini direttamente alla sua mente, bypassando direttamente la formazione di un suo convincimento? E ancora, siamo proprio sicuri che sia indispensabile interagire con la mente di un individuo per orientarne il comportamento?
Comunque sia, si tratta di dinamiche che meritano la ricerca di una chiave di lettura, e le convinzioni religiose, il risentimento sociale e le patologie psichiatriche non bastano a spiegare tutto.
Normalizzare la violenza
Nel frattempo, ciò che possiamo fare è divulgare informazioni e buone prassi di prevenzione situazionale nella vita di tutti i giorni. Ciò che, invece, non dobbiamo arrenderci ad accettare è la violenza quotidiana come normalità alla quale adeguarsi e da accettare come nuova ordinarietà. Un’anomalia ancora difficile da comprendere, ma in ogni caso da non accettare. Mai.
Fuori dal carcere
Intanto, anche chi è stato riconosciuto come autore di gesti dei quali era impossibile negare la qualifica di “terrorismo”, non sempre medita sulle sue responsabilità dietro le sbarre. Solo per fare qualche esempio:
- Bilal Cinar, 41 anni, cittadino turco rifugiato in Svizzera arrestato lo scorso 30 Francavilla al Mare è stato scarcerato subito, nonostante un mandato di arresto internazionale emesso in seguito a una sentenza di condanna della giustizia ;
- Abu Rawwa, 52 anni, residente a Sassuolo (Modena), indagato nell’inchiesta “Domino” avviata in Liguria sui presunti finanziamenti a Hamas;
- Mohamed Bakkali, condannato per il suo ruolo logistico negli attacchi che hanno provocato 130 morti e centinaia di feriti a Parigini nel 2015, è in aria di scarcerazione anticipata in Belgio.
Per non parlare di criminali “comuni” come Vallanzasca, recentemente scarcerato, e di migliaia di altri criminali, nuovi e vecchi, noti o meno noti, che alimentano le nostre città.
Ma, si sa, vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare.




