Riserve di caccia? Sì, grazie!

Continua la polemica sulla normalizzazione delle riserve di caccia a scopo di lucro: ma siamo sicuri che, quando esistevano, fossero così dannose per la "caccia sociale"? Chiediamolo a chi c'era...

Continua in questi giorni il bailamme da parte delle opposizioni all’intento del Governo per far passare le aziende faunistiche venatorie a regime di aziende a scopo di lucro. Ovvero, per farla breve, a riserve private, dove si caccia pagando. D’altronde è di fatto la stessa cosa che si fa nelle attuali aziende faunistiche o turistiche venatorie. Quello che colpisce, aldilà del significato che tracceremo tra poco, è che tra la nostre 5 o 6 associazioni venatorie si riesca a litigare tra chi le vuole, non le vuole, le vuole così così eccetera. Pensavamo di essere più uniti della catasta di associazioni animaliste che, in circa cento e più sigle, riescono di solito a dire tutte la stessa cosa. Tornando alle riserve di caccia, che secondo alcuni ritornerebbero al regime degli anni ’70 in cui esistevano, vorremmo spiegare a coloro, e sono tantissimi, che non c’erano, cosa voleva dire andare a caccia in quegli anni. Ovvero quando c’erano in tutta Italia centinaia di riserve di caccia private sparse ovunque. Molte erano di aziende che le tenevano per rappresentanza a invito per i vari ospiti, altre di ricchi appassionati, spesso tutti cinofili di alto livello, che avevano la voglia di spendere i propri soldi in caccia e cani. D’altronde ancora oggi c’è chi, potendo, compra una macchina da 250.000 euro, uno yacht da diversi milioni, aerei privati, tenute in campagna, elicotteri e tanto altro, arrivando magari a isole intere o buona parte di esse. Stabilito questo, le riserve italiane private per decenni hanno permesso, a tutti coloro che non avevano la possibilità di entrarvi, di andare a caccia in maniera “seria” sui loro confini o nei dintorni. Essendo gestite da appassionati, il primo requisito che avevano tutte era la qualità degli animali e dell’ambiente. Non si badava al pareggio come fanno oggi le faunistiche e turistiche venatorie, ma si immettevano migliaia di animali veri, selvatici, tra lepri, starne e fagiani, che imparavano il territorio, unica dote per avere comportamenti difensivi naturali. Perché c’era chi pagava. Essendo poco perseguiti all’interno, tranne che in alcune giornate, questi animali si diffondevano nell’ambiente del circondario, che era la pacchia per tutti noi. I vari corridoi di 500 metri, obbligatori per legge, dovevano rimanere liberi tra almeno due o più riserve. Ed erano in pratica anch’essi riserve di caccia, ma disponibili a tutti, dove in certe giornate si trovavano e prendevano 5-6 o più fagiani, starne lepri. Tutti animali “veri”, e non vergognosamente messi 30 minuti prima come oggi si fa nella maggior parte delle aziende che devono guardare al centesimo per tirare avanti. Intorno alle riserve private, tutti noi abbiamo tirato su decine di generazioni di grandi cani da caccia, furbi, su selvaggina naturale che oggi non esiste più. E lungi dal sostenere che le beccacce, a cui abbiamo donato la nostra vita da 60 anni a questa parte, quando molti nemmeno sapevano che esistessero, siano la selvaggina principe per il cane da ferma. E che se un giorno finissero, o fossero contingentate o proibite, smetteremmo tutti di avere un cane da ferma. Per cui guardiano a cosa fanno all’estero. Tutti. Paesi dell’Est, Francia, Inghilterra, Scozia, Spagna eccetera. hanno territori strapieni di animali di tutti i tipi. Perché? Perché la fauna è gestita con i soldi di chi va in riserva e vuole qualità. E chi le dirige, qualità dà. Al contrario del lancio di fagiano una settimana prima l’apertura con dritte “dell’amico” che ci dice dove hanno aperto le cassette. L’animalismo delle opposizioni non vuole fauna dappertutto? Ebbene, è così che si fa. Qualcuno paga e altri hanno i benefici. Dentro i confini, pochi facoltosi, ma fuori, anche i tanti che non possono permetterselo. Sentiamo parlare di “fine della biodiversità”. Perché, oltre agli ungulati chi gira riesce a trovare biodiversità nel tanto territorio libero in Italia? Oppure ci si allarma perché il territorio si “riempirà di cartelli di proprietà privata”, che rappresenterà, secondo gli oppositori, la “fine della possibilità del turismo ambientalista”. Guardate che oggi, senza licenza di caccia, un tipo qualunque: turista, biker, camminatore eccetera, non può entrare per legge in nessun terreno di proprietà privata. Informatevi. È solo l’articolo 842 che lo permette ai cacciatori, e a nessun altro. Sento parlare di “fine della caccia sociale”. Rimane tanto territorio, e nessuno lo leverà. Per scopi politici le riserve private furono chiuse contro “il padrone ricco”, chiudendo anche tutte le nostre possibilità di vedere qualcosa davanti al cane. È stata soltanto una battaglia e vittoria politica l’averle tolte. Perché si voleva “abbattere i privilegi”. Così ci dicevano. E cosa ci hanno dato in cambio? Il nulla. Da nessuna parte la caccia costa poco. E Paesi interi hanno avuto nei propri bilanci il massimo introito proprio rappresentato dalla caccia di qualità a pagamento. Africa e Asia in testa. Facciamoci un pensiero. E chiedete a chi c’era in quegli anni se fosse meglio o peggio di adesso.