Cinghiale: la scienza si fa… contorsionista

Tornano le teorie strampalate sulla prolificità del cinghiale causata dalla pressione venatoria, con contorno delle solite leggende metropolitane smentite, peraltro, dai fatti

Cosa non si arriva a dire pur di screditare l’attività venatoria. Che di colpe certo ne ha. Ma conoscete qualcosa in Italia che non avrebbe bisogno di una gestione migliore? Parliamo di uno scritto che una testata molto animalista ha rilanciato parlando di un lavoro del ben noto Andrea Mazzatenta dell’università di Chieti. I dati a supporto sono, come dice chi rilancia l’articolo, di “istituti governativi italiani”. Di grazia quali? E naturalmente si parla di cinghiali, riproponendo il problema del supposto passaggio della specie dalla strategia “K” a quella “R”. La prima è caratterizzata da crescita lenta e da strutture stabili per le popolazioni di cinghiali, l’altra si contraddistingue per anticipata maturità sessuale, alta fecondità e presenza di molti giovani insieme nello stesso gruppo sociale. Secondo lo scritto, la sostenuta pressione venatoria e di controllo faunistico ha portato alla perdita, da parte della specie, della capacità di autoregolarsi.

Non ci risulta che le specie passino da una strategia all’altra in così pochi anni. Possono cambiare le abitudini, non certo le tipologie riproduttive e altro. Nell’articolo si evidenziano due momenti critici per questa transizione: il primo è quello avvenuto nel 1958, relativo alla storia che ormai tutti si tramandano per sentito dire, senza uno straccio di prova (anzi, smentita dall’Università di Sassari in uno studio del 2022), delle reintroduzioni di cinghiali dell’Est. Le pochissime reintroduzioni di cinghiali italiani, allevati in qualche riserva, non hanno inquinato un bel nulla. Il secondo momento “critico” sarebbe da farsi risalire al 2000 e corrisponderebbe “…con l’implementazione di nuove strategie di gestione… tra cui l’adozione dei piani di abbattimento e l’adozione della caccia collettiva in braccata, importata dall’Europa orientale…”. Ci sarebbe da ridere se non da piangere. I piani di abbattimento erano già definiti ben prima. E poi avrebbero favorito l’aumento? Casomai l’avranno diminuito, proprio introducendo un limite di sesso e di anzianità dei soggetti prelevati. Abbiamo poi importato la braccata dai paesi dell’Est? Ma dove si sono studiate queste cose? Oltretutto introdotta negli anni 2000? Quando la braccata, invece, esiste dall’inizio della caccia in Italia, ovvero fin dal medioevo? E questo avrebbe “…facilitato una maggiore dispersione e maggior successo riproduttivo”? In realtà una delle cause principali dell’esplosione demografica del cinghiale negli ultimi anni è rappresentata dai migliaia di ettari di montagna abbandonati dall’uomo, ricchi di castagne, faggiole, ghiande e frutta abbandonata. I boschi, specialmente nelle aree montane e collinari, sono quasi raddoppiati in circa 80 anni, rappresentando un rifugio sicuro. Logico che a una maggior disponibilità alimentare corrisponda un aumento di stazza e di capacità riproduttiva, con particolare riferimento alla capacità di portare tutte le gravidanze a maturazione senza dover disturbare la strategia K e R. Il meglio però arriva quando si afferma che “…a seguito dell’aumento esponenziale della pressione di abbattimento, hanno iniziato a emergere casi di cucciolate multiple all’anno…”. Chi i boschi li pratica per davvero, sa che al massimo i parti sono due in tre anni. La gravidanza dura 3 mesi, 3 settimane e 3 giorni, i piccoli vengono partoriti a febbraio-marzo, lo svezzamento dei cinghialotti dura diversi mesi, la nuova copertura avviene nei mesi di ottobre e novembre. Quando lo troverebbero il tempo, le scrofe? I maschi poi sarebbero condizionati “dall’aumento della pressione antropica che porta a una maggiore produzione di sperma…” Peccato che i maschi si riproducano per scala sociale, ovvero chi è più forte vince. E non per il maggior carico di sperma. E che poi tanto non c’è femmina, alla fine della stagione degli amori, che non sia stata coperta. E che quindi avrà i suoi cuccioli. Che si possono vedere passando, banalmente, qualche giornata col binocolo sul campo. Tutte le femmine del branco insieme, e tutte con cuccioli. “durante le stagioni di caccia, la percentuale di femmine riproduttive aumenta…”. Le femmine, caccia o non caccia, sono sempre tutte riproduttive a circa un anno. Lo erano anche prima del ’58 e 2000. E non conta se vengono coperte da maschi più giovani o più vecchi. Perché ne basterebbe anche uno solo per coprirle tutte nel gruppo.

Adesso esponiamo la nostra teoria, in veste pratica, ma che guarda caso è la stessa che scrivono i ricercatori Ispra: i cinghiali, dove vengono perseguiti pesantemente, sono diminuiti. Il problema sono le centinaia di zone protette chiuse, dove lo spadroneggiare delle associazioni animaliste detta legge, che fanno da serbatoi intoccabili. È inutile fare abbattimenti in certi territori e lasciarne altri intoccati. Perché gli animali non sono stupidi, e i cinghiali sono più intelligenti di tanti umani: si rifugiano dentro le aree protette ed escono per fare razzie. Quando TUTTO il territorio sarà sottoposto a piani seri, e controlli gestiti con criterio, si arriverà alla diminuzione equilibrata dappertutto.