Il personale della sicurezza in uniforme resta un target di elezione per chiunque voglia veramente attentare alla nostra sicurezza.
Quanto accaduto poche ore fa a Tolosa non è che l’ennesima ripetizione di un copione che, nonostante un decennio di casistica e divulgazione, ancora si stenta a voler considerare come un rischio specifico per chiunque indossi un’uniforme.
Un attentatore armato di un grosso coltello, infatti, si è avvicinato a una pattuglia della polizia cittadina, aggredendola senza alcun gesto preparatorio, ma limitandosi esclusivamente al tentativo di infliggere il maggior numero possibile di colpi e di danni agli agenti.
L’uniforme come target specifico
Sono trascorsi ormai diversi anni ed è stato versato un fiume d’inchiostro per raccontare di come l’attacco con il coltello sia da sempre uno strumento di elezione per chiunque voglia compiere un attentato su suolo occidentale e non disponga di mezzi e preparazione in grado di prediligere modalità operative dagli effetti più devastanti, ma sicuramente più complesse.
Il coltello resta, inoltre, uno strumento di facile reperimento e occultamento e con il quale chiunque può davvero rappresentare una minaccia per la vita degli altri, anche senza alcuna preparazione specifica e senza per forza di cose avere contatti diretti con organizzazioni terroristiche strutturate, come nel caso di chi si radicalizza a distanza tramite il web.
Non a caso, l’accurata comunicazione di Daesh ormai molti anni fa pubblicò numeri specifici delle sue riviste divulgative dedicati alle modalità da seguire per attentare con il coltello o con veicoli da dirigere sulla folla.
Ma perché l’operatore di polizia e della sicurezza in genere è un target di elezione? Per una serie di ragioni concorrenti.
Anzitutto si tratta di un bersaglio simbolico, poiché incarna il ruolo del “guardiano”, vale a dire del soggetto a cui per ruolo e mestiere è rimessa la protezione della cittadinanza. È intuitivo come dimostrare di poter colpire il “guardiano” rappresenti un messaggio di estrema vulnerabilità diretto a tutta la popolazione, che dallo stesso “guardiano” dovrebbe essere protetta.
Vi è, inoltre, una incredibile opportunità operativa per l’assalitore, vale a dire quella di cominciare la propria azione offensiva con uno strumento oggettivamente dotato di bassa capacità offensiva per poi, una volta vanificate le difese dell’operatore della sicurezza, sfruttare l’opportunità di sottrargli l’arma e portare così la propria azione a un più elevato livello di capacità offensiva, una volta impossessatosi di una pistola semiautomatica.
I precedenti
Negli ultimi anni e negli ultimi mesi in particolare abbiamo assistito a un fiorire di aggressioni con il coltello, dall’uso puramente criminale fino a vedi appropri attacchi spree, vale a dire più o meno casuali, nei confronti della popolazione.
Quanto, poi, ad attacchi specifici a presidi di sicurezza proprio utilizzando il coltello, solo nei primi anni di osservazione del fenomeno è stato possibile raccogliere un lungo elenco di assalti:
- Si potrebbe cominciare simbolicamente dall’assalto di due nigeriani armati di mannaia ai danni del militare britannico Rigby, risalente al 2013
- Sempre e solo per riferire alcuni tra gli episodi specifici, lo stesso 2013 vide l’assalto a una pattuglia militare di presidio alla stazione metropolitana La Défense a Parigi
- Sempre in Francia, questa volta a Nizza, nel 2015 è la volta di un altro assalto a una pattuglia di presidio nei pressi della comunità ebraica
- Sempre a Parigi, nel 2016, è stata la volta di un assalto a un agente di guardia all’ingresso di un commissariato di polizia
- Nel 2017, invece, è stata attaccata una pattuglia di presidio all’ingresso del Museo del Louvre a Parigi
- Il 2017 è anche l’anno che vede l’aggressione ai danni di una pattuglia mista presso la stazione centrale di Milano, episodio che, al pari di molti altri, avrebbe meritato sin da principio di essere analizzato con la lente di ingrandimento dello studioso del terrorismo e non certo alla stregua di un fenomeno di criminalità comune
- Sempre nel 2017, questa volta in Belgio, è stata la volta dell’assalto a due agenti di pattuglia
- Il 2017 ha anche visto un tentativo di attacco alle forze di sicurezza all’esterno di Buckingham Palace, questa volta da parte di un assalitore armato di spada.
Quelli furono gli anni in cui gli studiosi censirono per la prima volta numeri davvero significativi di attacchi specifici a mezzo di strumenti da taglio e da punta nei confronti di operatori della sicurezza.
Ne sarebbero seguiti molti altri, con un’intensità ancora maggiore, negli anni successivi.
Cosa possiamo fare?
Anzitutto, vale la pena di ricordare come tutti gli assalitori in questione risultino avere precedenti quantomeno per reati violenti ed addirittura, nella stragrande maggioranza dei casi, per ipotesi riconducibili alla galassia terroristica. Viene spontaneo, quindi, chiedersi se vi sia modo di esercitare un controllo maggiore e più invasivo nei confronti di chi ha già mostrato certe inclinazioni.
Quale strumento di prevenzione individuale, poi, non è possibile non menzionare un’adeguata preparazione nelle tecniche di osservazione e di mantenimento dei necessari livelli di attivazione, secondo la dottrina di situational awarness.
Una volta esaurita la scarsa vena di misure preventive, non resta che concentrarsi sulle contromisure utili a gestire l’emergenza del momento, o quantomeno i suoi primi istanti.
Tutti gli episodi riferiti dimostrano che la neutralizzazione dell’assalitore è avvenuta a opera di un collega dell’operatore selezionato come primo bersaglio. In altre parole, bisogna mettere in conto la necessità di sviluppare quelle strategie e tecniche in grado di aumentare le probabilità di sopravvivenza nel tempo necessario a un collega per intervenire.
Da qui discendono diversi interrogativi.
Viene da pensare, per esempio, al mondo della vigilanza privata, nel quale la pressoché totalità dei servizi viene svolta da pattuglie mono-agente.
Viene da pensare, poi, al mondo della formazione, che non può fare a meno di prevedere una formazione specifica rispetto all’evento stabbing nonché rispetto all’ipotesi di tentativo di sottrazione dell’arma, come accennato rischi strettamente connessi tra loro.
Viene da pensare, infine, alle dotazioni e in particolare alle protezioni passive in uso presso le varie realtà della sicurezza pubblica e privata.
In molti ambiti, infatti, si è cominciato a considerare come evento a più alta probabilità quello di essere aggrediti con uno strumento da punta o da taglio e come evento di minor probabilità di accadimento quello di essere attinti da colpi di arma da fuoco. La conseguenza in alcuni casi è stata la dotazione di protezione ibride antistab e balistiche.
La via delle ipotetiche risposte è stata solamente appena aperta. Ciò che, invece, può considerarsi come problema non più emergenziale ma strutturale è rappresentato dalla domanda: gli operatori della sicurezza sono soggetti a un rischio specifico di essere aggrediti con un coltello?




