Nell’estate appena trascorsa la cronaca italiana ha registrato una sequenza di tragedie che condividono uno stesso sfondo: uomini e donne che, dopo mesi o anni di assistenza a un famigliare gravemente malato o disabile, hanno ucciso la persona che accudivano e poi si sono tolti la vita. Sono episodi diversi per contesto e dinamica, ma accomunati da un elemento che il dibattito pubblico tende a trascurare: la disperazione che li origina precede di gran lunga la scelta dello strumento con cui si compiono e quello strumento – un’arma da fuoco, una corda, un salto nel vuoto – non è mai la causa del gesto, ma soltanto il mezzo che si è trovato a portata di mano.
Cosa dice la criminologia
La letteratura classifica l’omicidio-suicidio soprattutto in base alla relazione tra autore e vittima. Il sistema più diffuso (Marzuk, Tardiff e Hirsch, 1992) distingue il tipo “coniugale” (che rappresenta la maggioranza dei casi), il “filicidio-suicidio” (in cui un genitore uccide uno o più figli), il “familicidio” (che coinvolge l’intero nucleo) e i casi extrafamiliari.
All’interno del tipo coniugale, quando uno dei due partner è anziano o gravemente malato, la psichiatria individua frequentemente un movente specifico, definito in letteratura “mercy killing”: l’autore, in genere il marito, uccide il coniuge per porre fine a una sofferenza – reale o percepita – legata al declino della salute, per poi togliersi la vita. I fattori di rischio più citati sono la depressione non trattata, l’isolamento sociale e l’assenza di supporto esterno: un profilo diverso da quello degli omicidi-suicidi coniugali a matrice possessiva, dove pesano piuttosto gelosia, controllo e rifiuto della separazione.
Una dinamica analoga, applicata al rapporto genitore-figlio, è descritta anche dallo psichiatra forense Phillip Resnick, che nel 1969 propose una classificazione del filicidio in cinque categorie, una delle quali definita “filicidio altruistico”, vale a dire motivato dal desiderio di risparmiare al figlio una sofferenza reale o immaginata, spesso accompagnato dal suicidio del genitore, ipotesi molto frequente nella casistica internazionale.
Va detto, però, che l’inquadramento di questi gesti come atti “pietosi” o “altruistici” è oggi contestato da una parte degli studi sulla disabilità, che preferiscono parlare di “disabilicidio”: secondo questa lettura, l’omicidio di una persona con disabilità o non autosufficiente da parte di chi la assiste non richiede necessariamente pietà altruistica, ma nasce spesso da un’idea – anche inconsapevole – secondo cui la vita della persona assistita non sarebbe distinta da quella di chi se ne prende cura. Una prospettiva che considera i molteplici fattori di situazioni complessissime: il bisogno di cure della vittima, così come anche di una sua esistenza autonoma ed allo stesso tempo i bisogni del caregiver. Questo è il terreno sul quale matura generalmente questo genere di tragedie.
Il carico invisibile
In Italia i caregiver familiari sono stimati in circa sette milioni: persone che ogni giorno assistono un parente con disabilità o non autosufficiente, spesso senza alcun supporto strutturato. Il valore del lavoro di cura non retribuito che sostengono equivale a circa un quarto del Pil nazionale, per un totale di oltre sessanta miliardi di ore l’anno, sostenute per circa il 70% da donne. Mentre la popolazione invecchia – un italiano su quattro ha già più di 65 anni – le famiglie si restringono e il peso dell’assistenza si concentra sempre più spesso su una sola persona.
Proprio in questo periodo, è in fase di discussione sugli emendamenti in Commissione Affari sociali della Camera un disegno di legge proprio sul riconoscimento dei caregiver che, però, ha già deluso le associazioni di settore: le risorse stanziate sono state giudicate esigue (poco più di un milione di euro nel 2026, 250 milioni annui a partire dal 2027) e i criteri di accesso restano stringenti, con un’indennità che raggiunge poco più di dieci euro al giorno solo per chi assiste una persona con disabilità grave per almeno 91 ore settimanali e con un Isee sotto i 15.000 euro. Un’indagine dell’associazione Caregiver Familiari Uniti condotta nel 2026 ha rilevato che oltre sei giovani caregiver su dieci hanno dovuto lasciare un’occupazione per dedicarsi alla cura di un familiare. È in questo scarto tra bisogno e risposta istituzionale che affondano le radici di molte delle tragedie tornate alla ribalta negli ultimi mesi.
Le tragedie dell’estate
Il caso più recente e più discusso è quello di Pietralata, a Roma, dove alla fine dell’estate sono stati trovati senza vita Luca Abbasciano, la moglie Valentina Pambianco e la loro figlia Bianca, di cinque anni, affetta da una grave forma di paralisi cerebrale infantile. Nei messaggi lasciati dalla coppia prima della tragedia ricorre una frase diventata simbolo del dramma di migliaia di famiglie: da soli non ce la si fa più. Le prime ricostruzioni hanno messo in luce anche il peso economico delle cure – comprese terapie costose seguite all’estero – che si sommava all’isolamento e all’esaurimento psicologico dei due genitori.
Certo, Abbasciano ha compiuto il gesto estremo avvalendosi di un’arma da fuoco e allora ecco che il popolo anti-armi ha avuto linfa (presunta) per argomentare di come sia lo strumento a essere determinante e non la volontà. Ovviamente non è così.
Gli inquirenti hanno indicato il probabile movente nella disperazione per le condizioni della coniuge, nonostante lo strumento utilizzato sia stato un’arma da fuoco detenuta legalmente: osserviamo come un’arma sia detenuta legalmente in tante case italiane, nelle quali resta chiusa in un cassetto o utilizzata per sport per anni senza che accada nulla. Così come, del resto, deteniamo martelli, forbici, cinture e chi più ne ha più ne metta senza, per questo, che vengano demonizzati poiché utilizzati in qualche caso (spesso) a fini omicidiari: quando la volontà omicidiaria c’è, strumento e condizioni favorevoli di tempo e luogo si trovano.
Per esempio, a Castiraga Vidardo, nel lodigiano, questa estate un uomo di 84 anni, esasperato dalla lunga malattia della moglie, l’ha uccisa soffocandola, per poi tentare il suicidio.
Nel modenese, nell’ottobre del 2025 ben due episodi: il primo a Mirandola, dove un uomo di 86 ha strangolato la moglie affetta da demenza senile per poi uccidersi lanciandosi dal balcone, a Castelfranco Emilia, invece, un uomo di 92 anni ha ucciso la consorte di 88, affetta da Alzheimer con un coltello, per poi suicidarsi sempre gettandosi dal balcone.
Sempre per stare alla cronaca recente, nel dicembre del 2025 in Sicilia, a Corleone, un’anziana di 78 anni ha strangolato con una corda la figlia 47enne, affetta da autismo, per poi uccidersi impiccandosi.
Non è l’arma a decidere
La cronaca, se letta con attenzione, smentisce ogni tentativo di ridurre il fenomeno dell’omicidio-suicidio a una questione di accesso alle armi da fuoco: quando l’intento omicidiario si è già formato, lo strumento è pressoché ininfluente.
Il caso più emblematico, risalente al 2018, resta quello di Fausto Filippone, il manager pescarese che uccise la moglie Marina Angrilli spingendola dal balcone di casa e, poche ore dopo, la figlia Ludovica di dieci anni gettandola da un cavalcavia dell’autostrada A14, per poi lanciarsi a sua volta nel vuoto dallo stesso punto. La tragedia fu pianificata e sembra sia stata causata da una profonda crisi in cui lo stesso Filippone era caduto, anche a causa della morte della madre. Alcune testate riferirono anche la presenza di tracce di stupefacenti nella sua auto e le sostanze psicotrope, si sa, non aiutano a centrarsi nei momenti difficili. Non un caregiver, dunque, ma un evento maturato comunque per cause emotive e psicologiche e sfogato sulla famiglia.
Anche in questo caso, dunque, nessuna arma da fuoco fu utilizzata. Anzi, per paradosso, Filippone aveva da poco chiesto il rilascio di un porto d’armi per Tiro a volo, che non era ancora stato concesso. Probabilmente, ma sono mere ipotesi di lavoro, la sua tensione interna che lo ha spinto a compiere il gesto è aumentata a tal punto da non poter attendere l’accesso a un’arma. Senza arma da fuoco la tragedia è stata evitata? Purtroppo no.
Allo stesso modo, le armi da fuoco sono davvero strumento usato sporadicamente nei cosiddetti “femminicidi”. Periodicamente pubblichiamo statistiche e riflessioni anche su questa tipologia di fenomeno e gli strumenti più largamente utilizzati restano sempre coltelli, forbici e strumenti da punta e taglio in generale; martelli, bastoni, pestelli e ogni oggetto che possa essere utilizzato efficacemente per percuotere; soffocamento, strangolamento e “precipitazione”.
È quello che è capitato anche recentemente, agli inizi di settembre 2026, a Lorena Iscieri: dopo mesi di minacce e aggressioni Lorena è stata rapita dall’ex compagno, con il quale aveva da poco interrotto la relazione, e gettata da un viadotto dell’autostrada A1. L’uomo si è poi tolto la vita gettandosi a sua volta poco dopo. Questi episodi indicano con chiarezza che le modalità a disposizione di chi intende compiere un omicidio sono molteplici, e che l’arma da fuoco rappresenta soltanto una delle opzioni disponibili, non la precondizione del gesto. Profonde riflessioni, invece, dovrebbero sorgere dalla considerazione che la maggior parte delle vittime di femminicidio si era ripetutamente rivolta al sistema istituzionale di assistenza e supporto, a quanto pare ricevendone una tutela non efficace, così come la maggior parte di quelli che sarebbero diventati futuri assassini era stato in precedenza colpito da qualche sorta di provvedimento che, però, a quanto pare non abbia impedito loro di uccidere.
Oltre la narrazione sull’arma
Va detto, per onestà intellettuale, che pure una parte della letteratura di sanità pubblica sostiene una tesi diversa: la cosiddetta “restrizione dei mezzi” (means restriction), suggerisce che limitare l’accesso immediato a strumenti letali – armi da fuoco incluse – possa ridurre il numero di gesti impulsivi, anche se non elimina la sostituzione con altri metodi nei casi premeditati.
Due riflessioni. La prima: la teoria in questione trova riscontro parziale solo nel caso di suicidio, vale a dire di gesto rivolto verso sé stessi. La seconda: la cronaca quotidiana dimostra che la variabile decisiva in questo genere di tragedie non è la disponibilità di un’arma propria. Allora, forse, nelle tragedie legate all’assistenza a familiari non autosufficienti la determinante è l’assenza di una rete di sostegno economico, sanitario e psicologico capace di intercettare il caregiver prima che la sua sofferenza superi una soglia di non ritorno. Così come, negli altri casi, la determinante risiede nell’incapacità di cogliere segnali dalle situazioni familiari e umane nelle quali l’intento omicidiario matura.




