Abruzzo: i cervi sono sempre “della discordia”

In un convegno a Sulmona si conferma la costante problematica dei cervi in Abruzzo: il numero di capi è in continuo aumento con ripercussioni sugli ecosistemi, ma gli animalisti bloccano ogni tentativo di gestione

Come i più informati sanno, l’anno scorso era stato redatto in due distretti dell’Aquila un piano di abbattimento di un certo quantitativo di cervi. Naturalmente per classi di età, come prescrive l’Ispra e ogni metodo scientifico tanto caro ai nostri animalisti. Le sigle animaliste complessivamente intese hanno inscenato poi una protesta social basata esclusivamente su dati pietistici e ideologici e con l’ausilio di tanti personaggi definiti “influencer”. Per cui tutto bloccato a suon di sentenze dei vari Tar. Ora la situazione è notevolmente peggiorata e chiunque può rendersi conto, girando per l’Abruzzo, la quantità di escrementi di cervo che ricoprono i prati, ai quali si aggiungono i danni arrecati ad alberi e arbusti per aver mangiato le cortecce degli stessi.

A Sulmona nei giorni scorsi si è svolto un convegno nel quale Confagricoltura ha interpellato diversi esperti del settore e i direttori delle diverse aree protette tra cui il Parco d’Abruzzo, Lazio e Molise, il Parco Nazionale della Maiella, il commissario del Parco nazionale Gran Sasso-Monti della Laga e il direttore del Parco regionale Sirente-Velino. Tra gli esperti, Francesco Riga dell’Ispra, Marco Apollonio, professore di zoologia Università di Sassari, Sandro Lovari dell’Università di Siena e Stefano Mattioli. Nel congresso è stato ribadito che i danni alle colture sono causati dagli ungulati per il 60% e che nel lasso di tempo tra il 2009 al 2018 si sono verificati ben 115 incidenti stradali. Tutti dati destinati ad aumentare in quanto la popolazione dei cervi aumenta mediamente dal 20% al 35% ogni anno. Fabrizio Lobene, presidente Confagricoltura l’Aquila, ha sottolineato che “gli agricoltori stanno subendo danni sempre più pesanti e, allo stesso tempo, cresce il rischio per la sicurezza dei cittadini. Mentre si investe sull’enoturismo, sulle esperienze nei territori e sulla narrazione delle eccellenze locali, gli stessi prodotti… vengono distrutti nei campi”. Il problema è stato già da noi evidenziato in altri scritti: qualunque specie, se non sottoposta a controllo numerico, spinge specie più deboli a emigrare o a sparire addirittura. E il cervo è uno dei più responsabili del problema. A competere, subendolo, sono anche l’orso e il camoscio. In quanto il cervo occupa, espandendosi, i pascoli e l’habitat di queste altre due specie. Su questo aspetto c’è convergenza univoca condivisa dai direttori dei Parchi, che vogliono collaborare con le istituzioni per rendere sostenibile la presenza dei cervi. In particolare il direttore del Parco Sirente-Velino, Igino Chiucchiarelli, ha presentato il lavoro svolto a sostegno del primo approccio al contenimento venatorio della specie all’interno del parco stesso, naturalmente vanificato dalle proteste animaliste. La delegata regionale Wwf, Filomena Ricci, ha dichiarato che “…riteniamo indispensabile analizzare con attenzione gli studi che stanno alla base di queste affermazioni…”. Che il numero dei cervi sia altamente oltre il limite massimo è visibile da chiunque abbia la voglia di mettersi gli scarponi e vagare per i monti abruzzesi. Come sempre l’animalismo difende situazioni pericolose e penose per la specie, come quella di Villalago e dintorni, dove il cervo sta vivendo la sua vera morte come selvatico per assumere quella di mendicante abulico destinato a malattie, e calo della forma della specie, per l’alimentazione abusiva dei cittadini e turisti. Aprire solo al controllo non basta: la selezione riporta, come in tutte le regioni italiane che attuano la gestione del cervo garantendone la presenza qualificata nei numeri giusti, la soluzione del problema. E i direttori dei parchi dovranno gestirlo obbligatoriamente, prima o poi. Il problema si sovrappone a quello del cinghiale e per l’uno e per l’altro occorre ribadire la sconfitta e inutilità del “sistema lupo” come soluzione di gestione “naturale”. Come volevasi dimostrare infatti, ci ritroviamo ovunque, anche nei parchi, strapieni di lupi, ma anche di cinghiali e cervi. Quindi il supposto predatore salvatore della gestione faunistica, oltre che pecore, cani, nutrie e gatti, quando è che cambierà dieta? Chiediamo agli scienziati esperti delle associazioni che hanno confezionato tutto il pacchetto “disastro”.