Sono passate una manciata di ore da quando è andato in scena il terzo attentato al presidente Donald Trump (il primo dei quali, peraltro, avvenuto prima ancora che fosse rieletto alla presidenza). Eppure c’è già chi ha le idee chiare: il Corriere della Sera, per esempio, che estrapolando le parole del premio Pulitzer Richard Ford, intervistato proprio dalla testata italiana, titola a tutta pagina “La colpa è delle armi – ora il presidente farà di tutto per aumentare i consensi”. Il passaggio dell’intervista che ha ispirato il titolo è il seguente: “Il fatto che ci sia stato un attentato alla vita del presidente ha più a che fare con la disponibilità senza limiti delle armi da fuoco negli Stati Uniti che con l’operato del Tycoon. Se ci fosse una minore disponibilità di armi, avremmo meno attentati e sparatorie di massa. Negli Stati Uniti c’è un’ossessione per le armi da fuoco, e non credo che questa situazione cambierà mai. Le armi vanno tolte dalle mani dei fanatici. Quello che è successo alla cena per i corrispondenti non ha a che fare con la politica ma con la disponibilità di fucili e pistole”.
Massimo rispetto per le opinioni dell’intellettuale e premio Pulitzer Ford. Tuttavia ci permettiamo alcune puntualizzazioni. La prima è che l’attentatore, a quanto è dato sapere, vive in California, che sui 50 Stati dell’Unione è quello che ha la normativa in materia di armi più restrittiva in assoluto. Proprio in California sono vigenti regole, come quelle sui black rifle, o sulla capacità dei caricatori delle pistole semiautomatiche, che le associazioni e i politici anti-armi chiedono da anni, se non decenni, che vengano estese a tutti gli altri Stati dell’Unione, “per la sicurezza di tutti”. E proprio la California viene normalmente additata come esempio virtuoso in materia di legislazione sulle armi. Ecco, s’è visto.
A scanso di equivoci, una delle poche cose che sono state accertate (e pubblicate dal Los Angeles Times) è che le armi erano state acquistate legalmente dall’attentatore, un paio di anni or sono. Attentatore, altro elemento non trascurabile, che prima del “proclama” (definito “manifesto”) con il quale ha annunciato le proprie intenzioni criminali nell’imminenza dell’inizio della propria azione violenta, non aveva precedenti penali, né precedenti psichiatrici, né aveva dato adito a sospetti circa una radicalizzazione politica o religiosa. Per essere più chiari, era un soggetto con un livello di istruzione elevato, una posizione lavorativa, nessuna attività riconducibile a estremismi di alcun genere. In altre parole: è una persona che avrebbe avuto titolo per acquistare legalmente armi in qualsiasi Paese occidentale, incluso uno dei Paesi più proibizionisti d’Europa, la Gran Bretagna.
Non si capisce, quindi, in base a quali elementi proprio nello Stato più scrupoloso in materia di armi di tutti gli Stati Uniti, ci si sarebbe dovuti rifiutare di vendere le armi all’attentatore. Quindi la considerazione svolta da Ford secondo la quale “le armi vanno tolte dalle mani dei fanatici”, dovrebbe presupporre che sia quantomeno possibile distinguere il fanatico dal cittadino “normale”. A meno che la frase di Ford non vada interpretata con “le armi vanno tolte dalle mani dei fanatici, ma siccome non è sempre facile capire prima se uno è fanatico, cominciamo con il togliere a tutti e poi si vedrà”. Il che, al di là dell’essere d’accordo o meno con l’affermazione, appare quantomeno utopistico in un Paese come gli Stati Uniti, nel quale esiste un numero di armi nelle mani dei cittadini, superiore al numero di cittadini stessi (inclusi i neonati). Appare anche in contraddizione con lo stesso Ford, che poche frasi prima dice: “Dobbiamo tornare a fare affidamento sul senso civico delle persone, sul loro senso di responsabilità, sul loro senso di completezza e integrità, affinché non facciano cose terribili. Ma al tempo stesso vorrei non vivere in uno Stato di polizia, nel quale veniamo costretti a comportarci in un certo modo”.
Allora diciamo meglio: la normativa in materia di armi negli Stati Uniti è senza dubbio molto meno restrittiva rispetto alla maggior parte dei Paesi dell’Unione europea. Ciò premesso, da Stato a Stato esistono differenze anche molto evidenti circa i requisiti per ottenere armi e relative licenze. A prescindere da ciò, l’utilizzo criminale di armi in ambito politico presuppone una polarizzazione ideologica e una assenza di freni inibitori che ha molto poco a che fare con le armi in sé (che, non va dimenticato, possono essere comunque ottenute sul mercato clandestino, persino autocostruite, come accaduto in Giappone per l’omicidio dell’ex premier Shinzo Abe) e ha invece molto a che vedere con l’ambito culturale, educativo e sociale statunitense. Additare le armi come uniche responsabili di quanto sta avvenendo in questi anni (ma si può dire che sia sempre accaduto negli Stati Uniti, che hanno un record di attentati ai loro presidenti difficilmente eguagliabile da qualsiasi altro Paese occidentale), è decisamente semplicistico e superficiale ma, soprattutto, inutile per cercare una soluzione realistica e magari efficace del problema.




