La sentenza di condanna a tre anni di reclusione e oltre 120 mila euro di risarcimento era arrivata lo scorso gennaio, ma nelle ultime ore sono state depositate le motivazioni. Parliamo della sentenza a carico del vice brigadiere dei carabinieri Emanuele Marroccella, che il 20 settembre 2020 ha sparato, uccidendolo, a un 56enne pluripregiudicato straniero, che si era intrufolato in una azienda informatica a Roma, nel quartiere Eur. L’uso dell’arma d’ordinanza era stato determinato dal fatto che la vittima aveva colpito il collega di Marroccella con un cacciavite, lesione poi rivelatasi, per fortuna, non grave. Proprio questo aspetto, evidentemente, è stato ritenuto fondamentale per i giudici nell’attribuire la fattispecie di eccesso colposo di uso legittimo delle armi. Secondo quanto riportato dal quotidiano La Verità, nella sentenza si legge infatti che il carabiniere non avrebbe dovuto sparare perché il ladro non colpì il collega con un’arma letale, provocandogli una mera contusione con ecchimosi. Da qui la valutazione, da parte dei giudici, secondo i quali il carabiniere avrebbe commesso un “errore di proporzioni macroscopiche”, palesando conseguentemente quella imprudenza, imperizia o negligenza che risiedono alla base di un comportamento colposo.
Per quanto ci è concesso commentare, si tratta a nostro avviso dell’ennesimo esempio di una sentenza che palesa il distacco abissale dei giudici dalle realtà del territorio e dalla realtà del quotidiano. Circa il fatto che un cacciavite non sia un’arma (potenzialmente, ovvio) letale, basta per smentire l’assunto un breve giro su Google, costellato di notizie relative a casi mortali che vedono protagonista proprio il cacciavite, tra l’altro con un solo fendente. L’ultimo caso in ordine di tempo si è verificato l’8 maggio 2025 a Prato, un singolo fendente ha determinato la morte di un albanese di 37 anni, colpito da un connazionale verosimilmente per contrasti sul controllo del territorio.
Data per assodata (non siamo noi a dirlo, sono i fatti) la pericolosità dell’oggetto, evidentemente si richiedeva al vice brigadiere, vedendo colpito il collega, di esaminare prima con attenzione (e con quali competenze mediche?) gli esiti e solo dopo, magari, decidere il da farsi in termini di reazione. Il tutto naturalmente (parliamo in questo caso del mondo reale e non di quello fatato che esiste negli uffici dei tribunali) nel volgere di una frazione di secondo, che è il tempo massimo concesso a un operatore delle forze dell’ordine per agire quando si verifica una aggressione verso di sé o verso un compagno.
Ha senso una disamina di questo tipo da parte della giustizia? Si tratta di giustizia “vera” o piuttosto di un linciaggio ideologico? Questo è forse l’interrogativo da porsi e riguarda una intera classe di magistrati, non un singolo caso. Consentiteci un finale oltre la linea del paradosso: che ironia se dopo tale sentenza, adesso i “maranza” si equipaggiassero in modo più accorto, dopo il decreto sicurezza! Niente più coltelli, solo cacciaviti, tanto per i giudici non sono “letali” e quindi non si pagherà pegno in caso di porto ingiustificato?




