Le linee guida ministeriali per soggetti “non collaborativi”

Il ministero dell’Interno diffonde ai sindacati di categoria la bozza delle linee guida per la gestione dei soggetti “non collaborativi” da parte delle forze dell’ordine. L’intento è encomiabile, ma il contenuto è deludente per più di un motivo

I soggetti non collaborativi, cioè quelle persone che non rispettano le regole del luogo in cui si trovano o dell’attività in cui sono coinvolti, rappresentano oggi più che mai un potenziale rischio per chi, quelle regole, è chiamato a farle rispettare.

Unruly, trasporti e sanità
Lo sa bene tutto il personale che si trova per mestiere a contatto con l’utenza in moltissimi settori privati, dalla distribuzione organizzata alla sanità, fino ai trasporti, settore nel quale le persone non collaborative sono spesso causa di incidenti anche ad alto impatto ma che, in ogni caso, generano quanto meno un potenziale grave danno in primis agli operatori che vi si rapportano, che possono nei casi più gravi riportare conseguenze fisiche, ma in ogni caso senz’altro anche un costo psicologico.

Già, perché gli utenti di questo tipo manifestano sempre aggressività, verbale o addirittura fisica, in qualche caso mantenendo una linea di condotta costante, in altri imboccando una vera e propria escalation di aggressività che determina rischi sempre maggiori per chi ne è bersaglio.

La loro gestione, dunque, è fondamentale anzitutto sotto il profilo della salute e sicurezza del lavoratore, anche in relazione al fenomeno del cosiddetto stress lavoro-correlato; ma lo scenario in qualche caso può assumere anche dimensioni che coinvolgono tutti i presenti e quindi avere un impatto decisamente più grande.

Persone non collaborative e funzioni di polizia
Chi svolge funzioni di polizia, oltre ad avere un contatto diretto e costante con l’utenza è anche investito proprio del compito di far rispettare le regole, a tutela dei singoli ma anche delle superiori esigenze di mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica, circostanza che:

  • da un lato, gli impone un vero e proprio dovere di intervento e gestione dello scenario, non potendo evitare tout court il rischio (eh sì, niente commodus discessus)
  • dall’altro, lo espone a sempre maggiori rischi per la sua incolumità.

Benissimo, quindi, a che l’autorità di Pubblica Sicurezza prenda atto della continua evoluzione degli scenari affrontati dal suo personale e mappi linee-guida utili a gestirli in sempre maggiore sicurezza.

Oltre a emanare linee-guida, però, sarà opportuno fare poi un ulteriore passo in avanti, passando dal generale al particolare e intraprendendo anche altre azioni, per una gestione sempre migliore di ogni rischio. A partire dalla formazione, su più piani e che coinvolga tutto il personale. Altrimenti sarà stato un fuoco di paglia.

Escalation di aggressività e force continuum
Quanto, comunque, ai contenuti di queste linee-guida, le stesse sembrano davvero di difficile riferimento a scenari concreti. Non si ravvisa chiarezza nel definire gli scenari e abbinare a ciascuno una linea-guida dedicata. Anzi, a dire la verità viene tratteggiato un solo vago scenario, a cui si riconducono istruzioni operative.

Sembrano quindi opportune alcune riflessioni sia sullo scenario preso in esame sia sulle istruzioni operative per la sua gestione.

È fondamentale ricordare che, nel momento in cui si disegnano scenari, è fondamentale che le pennellate descrivano ogni minimo dettaglio, poiché al variare anche solo di un piccolo elemento, le contromisure e le modalità di approccio e gestione potrebbero davvero cambiare radicalmente.

Come detto, però, nelle premesse alle linee-guida operative viene tratteggiata un’unica tipologia di scenario, che presenta una pericolosità elevata, tanto da consigliare la chiamata a supporto di ulteriori pattuglie, richiedere l’intervento di un negoziatore e così via. Poi, però, l’approccio suggerito è quello della comunicazione empatica: in sostanza della de-escalation.

Come si concilia una elevata pericolosità dello scenario, peraltro genericamente descritto, con un approccio sempre e comunque basato su comunicazione empatica e de-escalation?

Si ritiene che problema e soluzione non si abbinino un gran che, perché sono rappresentativi di due segmenti del tutto diversi del force continuum:

  • se lo scenario presenta una così elevata pericolosità, siamo certi che la dissuasione verbale sia lo strumento dal quale sia sempre davvero opportuno e sicuro partire?
  • cosa ne è della capacità operativa di risolvere una situazione in tempi brevissimi e in modo risolutivo?

È pur vero che, in caso di rischio per l’incolumità degli operatori o dei presenti viene suggerito di utilizzare i mezzi in dotazione. Ma davvero avranno tutto il tempo in ogni occasione? Davvero è più sicuro concedere tutto quel tempo al soggetto non collaborativo, a prescindere dallo scenario per come percepito al momento dell’intervento?

Davvero è necessario in ogni occasione ripercorrere tutta la scala del force continuum o, piuttosto, è importante riconoscere in quale fase ci si trovi e intervenire direttamente con le modalità di gestione più appropriate per quel livello di attivazione del soggetto unruly? Perché la cronaca ci racconta di scenari che in attimi brevissimi sono cambiati radicalmente…

E ancora, il graduale aumento nell’uso della forza non si può limita all’uso delle dotazioni, di questo o quello strumento, ma deve prendere necessariamente le mosse dalla formazione del personale sulla gestione dei vari gradi del force continuum, fatta anche, ma non solo, di dotazioni.

Situational awareness
Ancora, tra le modalità di approccio, come è doveroso che sia, viene prevista la necessità di osservare attentamente l’ambiente.

Avendo difficilmente a disposizione informazioni attendibili e dettagliate sullo scenario, si ritiene che chi interviene in funzione di pronto intervento abbia nella sua capacità di rilevare e valutare elementi dall’ambiente circostante il primo e irrinunciabile parametro per adeguare il suo approccio e la successiva gestione.

Non, dunque, risposte preconfezionate, ma diversi format di approccio (competenze dell’operatore e dotazioni) che rispondano quantomeno ai diversi segmenti ideali del force continuum, che sono a loro volta determinati dal soggetto non collaborativo e non decisi a priori dall’operatore, il quale sarà assorbito già sufficientemente dall’attenzione necessaria a percepire i cambiamenti.

Non sembra coerente da un lato prevedere la necessità di comprendere lo scenario dall’altro la divulgazione di un’unica modalità di standard di approccio. Anzi, sembra vero il contrario: in funzione della lettura che si dà allo scenario è importante adeguare le modalità di approccio e gestione.

Lo spauracchio del diritto
Molte pagine, infine, sono occupate dal richiamo dell’impianto normativo che, in sostanza, da un lato tutela l’operatore e dall’altro determina sue responsabilità specifiche.

Perché? Per rimarcare che la risposta operativa deve essere adeguata a diritto? Su quello non c’è dubbio.

Ma perché richiamare in modo così massiccio il tema delle cause di giustificazione (legittima difesa, uso legittimo delle armi, eccetera)?

Insomma, ben venga ogni indicazione utile al personale per orientare le proprie modalità operative.

Ridurre, però, le indicazioni a un solo generico scenario e da un’unica modalità di risposta potrebbe essere più vincolante che di supporto per chi, invece, dovrà in concreto rendersi conto in tempo reale dell’evoluzione di quanto sta accadendo davanti ai suoi occhi e adeguare la sua risposta in decimi di secondo.

Insomma, non è che tra le righe (ma neanche poi tanto) si è voluto lanciare un monito inibitore agli operatori affinché, in ogni e qualsiasi caso, si guardino bene dall’approcciare uno scenario direttamente tramite l’uso della forza (sempre proporzionato per carità) e procedano di default con la de-escalation allo scopo di temporeggiare sino all’intervento del negoziatore? Sempre e comunque?

Occorre un’assunzione di responsabilità a livello verticistico, non uno scarico a valle. Occorrono ancora più strumenti e meno pressione sugli operatori.