Carne di cervo nelle mense scozzesi

Nelle mense delle scuole delle isole scozzesi di Jura e Islay si mangia la carne dei cervi di abbattimenti venatori. Salutare e chilometro zero

Conservation Frontlines ha pubblicato la notizia che nelle scuole delle isole scozzesi di Jura e Islay i bambini stanno mangiando carne di cervo servito nelle mense scolastiche del luogo. È un programma pilota portato avanti da Argyl e Bute Council, che acquisterà la carne di cervo proveniente da abbattimenti venatori per ben sei scuole in quattro differenti località: Ardlussa, Barhill, Tarbert e Ruantallain. Il progetto è denominato Wild Jura e la carne viene anche portata direttamente nelle caffetterie delle scuole stesse. I responsabili dicono che tale operazione supporta l’economia locale, aiuta a controllare la sovrappopolazione dei cervi e abbassa notevolmente il costo dei pasti per le scuole. Inoltre è un’alimentazione salutare per i bambini, avendo la carne di cervo più proteine e meno grassi di molti pasti fatti con animali allevati nelle fattorie. Poi, a lato, richiamano il fatto che la popolazione dei cervi è raddoppiata negli ultimi trent’anni, passando dai 500.000 capi del 1990 all’attuale milione. La conseguenza è un aumento vertiginoso degli incidenti stradali e notevoli danni alle coltivazioni. Nel frattempo, tale tipo di carne nel menù dei bambini è risultata un vero e proprio successo: uno studente intervistato ha detto che “Avere la carne di cervo per la prima volta a scuola è eccezionale, specialmente perché è prodotta localmente e buona per l’ambiente. Ognuno qui la ama assolutamente”. Ora se volessimo rapportare tale decisione molto sensata nella nostra Italia, ognuno di noi, anche senza tanta fantasia, potrebbe immaginare quello che succerebbe da parte di tutti gli invasati sostenitori della convivenza pacifica con tutta la nostra fauna, e non della più equilibrata e possibile coesistenza. E i frutti della gestione, se possono rappresentare salute, risparmio, uso educativo e valore del prodotto, si ha il dovere di non sprecarli, ma invece valorizzarli. Già nei paesi dell’Est di 50 anni fa, ai nostri primi approcci venatori verso i cervi, esistevano aziende che ritiravano tutte le carcasse degli animali abbattuti e le portavano in centri di trasformazione dove diventavano carne fresca che poi vendevano in tutta Europa e nel mondo. Ancora oggi al contrario noi dobbiamo assistere, per le manie animaliste di individui a pancia piena, alla resistenza rispetto alla creazione di una filiera della carne, di migliaia di animali abbattuti regolarmente e controllati a livello sanitario, che potrebbero entrare stabilmente in prodotti specifici di alta qualità per l’alimentazione umana. Abbiamo parchi e zone protette che scoppiano di animali che finiscono per morire in tutti i modi. Ma per salvare la faccia e la cieca convenienza di poche associazioni vengono trattati come scarti da eliminare, compresa la carne di tutti gli animali abbattuti in territorio libero. In tal modo si potrebbe anche mitigare, visto che è il lamento animalista più diffuso, la pressione degli allevamenti intensivi e il loro relativo trasporto per migliaia di chilometri prima di essere macellati. La speranza è dura a morire. Ma le fissazioni rimangono eterne.