L’accusa contestata è quella di tentato omicidio, per l’agente della polizia penitenziaria che domenica scorsa, al pronto soccorso di Prato, ha sparato tre colpi di pistola per fermare la fuga di un 22enne marocchino fermato poche ore prima mentre cercava di lanciare droga dentro il penitenziario della Dogaia di Prato. In quel frangente il soggetto è caduto, ferendosi, è stato quindi accompagnato al pronto soccorso per le cure del caso dove, tuttavia, seppur ammanettato ha tentato la fuga, impugnando un estintore e scaricandolo e poi cercando di guadagnare l’uscita. L’agente ha sparato tre colpi con l’arma d’ordinanza, cercando di fermare la fuga, due colpi hanno mancato il bersaglio, il terzo ha colpito il 22enne alla gamba, senza danni vitali.
Il segretario generale del Sappe, Donato Capece, ha dichiarato: “Piena solidarietà umana e professionale al collega, massimo rispetto per la magistratura e piena fiducia nel suo operato, ma riteniamo che debbano essere gli atti, le indagini e infine il giudice a stabilire che cosa sia realmente accaduto”.
Al di là della sussistenza o meno della legittima difesa, dell’uso legittimo delle armi, dello stato di necessità e in generale delle cause di non punibilità, e quindi dell’iter più o meno breve del procedimento penale che l’agente si troverà ad affrontare, è importante dal nostro punto di vista sottolineare come la polizia penitenziaria risulti a oggi in pratica l’unica forza di polizia nazionale a essere sprovvista di dispositivi di autodifesa alternativi rispetto all’arma d’ordinanza, con particolare riferimento sia al Taser (che probabilmente in questo caso sarebbe stato il più indicato), sia agli spray al capsicum. Per questi ultimi in realtà all’inizio del 2026 è iniziata una fase di sperimentazione in seno all’amministrazione penitenziaria, mentre per quanto riguarda il Taser, a oggi a parte una interrogazione presentata da tre parlamentari leghisti nel 2022, nulla è stato fatto. È chiaro che se, da un lato, l’impiego o anche il solo porto del Taser all’interno dell’istituto carcerario può avere gravi controindicazioni (come d’altronde l’arma d’ordinanza), in circostanze come quelle che prevedono trasferimenti o accompagnamenti di detenuti fuori dalle mura penitenziarie, potrebbero coadiuvare validamente l’attività istituzionale degli agenti, minimizzando il rischio per l’incolumità dei detenuti e le eventuali ripercussioni giudiziarie per gli agenti stessi.




