Cinghiali aggressori e aggrediti

A Formello, nel Parco di Veio, una signora che portava i rifiuti al cassonetto è stata aggredita da un cinghiale. Si ripropone il tema dell’inefficacia del contenimento nei Parchi, in particolare tramite gabbie di cattura

È accaduto nei pressi di Roma, precisamente a Formello, località che si trova lungo la via Cassia, uscendo dalla città. Una signora, sistemando la spazzatura accanto ai cassonetti nella sua via, si è trovata accanto un cinghiale grande, che è subito fuggito. Subito dietro a questo tuttavia ne è arrivato un altro, di circa trenta kg, che correndo ha fatto cadere la signora e probabilmente per divincolarsi, o sentendosi minacciato, ha infierito sulle sue gambe facendogli riportare ferite notevoli, contusioni e abrasioni gravi. Il fatto è stato rilanciato anche dalla trasmissione La Vita in Diretta su Rai 1. I cinghiali in questa zona non sono certo una novità: anche durante le interviste su questo caso, i cronisti hanno potuto inquadrare diversi cinghiali che se ne stavano tranquillamente vicino alle case e sui prati limitrofi. Tutto questo di giorno. Aggiungiamo che la signora era accompagnata dal suo cane, che sicuramente ha messo ancor più in allarme il cinghiale che, come sappiamo, è portato ad aggredire il cane che in tal modo mette in pericolo anche il padrone. Ma noi vorremmo evidenziare il problema per arrivare a un altro tema molto più importante: in questa stessa zona insiste, infatti, il Parco di Veio. E all’interno del parco si effettuano catture dei cinghiali mediante gabbie, così come in tanti altri parchi ultimamente. Ricordiamo che la grande espansione del cinghiale in Italia, nonostante l’infondata e pretestuosa informazione dell’animalismo nostrano corroborato da pareri di pseudoesperti compiacenti, è dovuta alla miriade di parchi nazionali, regionali, riserve naturali Natura 2000 eccetera. Infatti non si può parlare di selezione efficace e di popolazioni da contenere se poi ci sono migliaia di ettari di zone franche dove non si preleva nulla, che fungono da serbatoi incontrollati. E questo risponde all’accusa che sempre l’animalismo ci muove: ovvero che i cinghiali, se sottoposti ad abbattimenti, invece di diminuire aumentano. Il motivo è semplice: sono troppe le zone non interessate da abbattimenti, non l’aumentata prolificità del suide sottoposto a pressione venatoria. Si potrebbe obiettare che mettendo le gabbie di cattura si supplisce all’abbattimento: altro cavallo di battaglia di chi si illude che la cattura con gabbie faccia soffrire meno gli animali in confronto a un abbattimento con arma da fuoco. Avendo fatto questa attività di cattura per circa 13 anni di seguito, evidenziamo che un cinghiale catturato con gabbie presuppone che il chiusino, o gabbia stessa, venga innescata e alimentata il giorno. Quando gli animali vengono catturati, spesso di notte, se parliamo del rispetto del benessere animale che sta tanto a cuore ai nostri animalisti, si deve sapere che l’animale stesso passa tutta la notte a sbattere il muso e i denti addosso alla rete della gabbia. Ferendosi irrimediabilmente. Spesso, se viene catturato un maschio con altri più piccoli, molti di questi vengono anche aggrediti e uccisi per furia incontrollata data dalla cattura. Per cui, quando vengono poi ugualmente soppressi la mattina nel giro di ispezione, abbiamo un’animale altamente stressato, terrorizzato e inservibile in una eventuale filiera delle carni. Cosa quindi altamente impattante nei sogni di chi pensa che per l’animale sia meglio questo che un colpo ben messo che lo porta dalla vita alla morte senza accorgersene e senza sofferenza. Qualcuno potrebbe obbiettare che, però, le gabbie moderne trasmettono un messaggio di avvertimento agli operatori, che possono decidere quando far scattare la chiusura e sapere in tempo reale che lì c’è un’animale. Ma naturalmente il tempo intercorre anche con questo tipo di gabbie e i problemi di personale, i ritardi normali nel prelievo e abbattimento dell’animale catturato, lo portano ugualmente a passare ore stressato e impaurito in attesa della morte. In ogni modo, comunque, moltissimi parchi hanno ancora le gabbie di vecchio tipo, mentre quelle più moderne sono presenti in poche unità, in quanto più costose. Ma qualunque gabbia si utilizzi, sorge un altro problema: le gabbie non danno agli animali, a livello di memoria ecologica, lo stesso effetto del contenimento venatorio. L’animale che vede abbattere un suo simile mediante un’arma, sviluppa una memoria dell’evento. E quindi deterrenza e paura, che gli fa capire che la zona non è sicura. Così si instaura (meglio, si instaurerebbe) l’idea che il perimetro del parco non rappresenta più una sicurezza. Di conseguenza ne uscirebbe, cercando altre zone e potendo essere abbattuto più proficuamente. Al contrario vedere un proprio simile entrare in una gabbia, e non poter uscire, fa rimanere gli altri animali presenti indifferenti e non condizionati mentalmente dal pericolo. Perché il proprio simile rimane vivo e vegeto, per quanto ne sanno. Così per loro la zona rimane sicura, continuando a fare da serbatoio incontrollato. Concludiamo che se parliamo di benessere animale nulla è più rispettoso di una morte rapida e improvvisa, come per esempio avviene nei macelli moderni. Al contrario di una agonia di ore per arrivare alla stessa fine. E coloro che per stare più tranquilli nella loro anima barattano queste due cose sono i veri colpevoli del mancato benessere che millantano, dovendosi accollare tutta la responsabilità della sofferenza di questi metodi alternativi. Che lo sono solo per chi non conosce le realtà o che non vuole sapere.